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Come difendersi dal revenge porn online

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Quali sono gli strumenti che le vittime possono mettere in campo, le prove da raccogliere e dove trovare sostegno per ottenere giustizia

La Polizia postale nelle ultime ore ha lanciato l’allarme: complice il maggior tempo che la popolazione sta trascorrendo online, sono cresciute le denunce per la diffusione illecita d’immagini sessualmente esplicite e casi di revenge porn. “In questo periodo in cui si trascorre molto tempo online, è bene essere maggiormente prudenti cercando di evitare l’invio di foto o video di contenuti intimi perché, oltre al pericolo di un uso illecito da parte di chi riceve le immagini, spesso con il fine di ritorsione o di vendetta, c’è anche un problema legato alla sicurezza dei dispositivi”, hanno scritto le forze dell’ordine in un comunicato dedicato al tema, con tanto di video di sensibilizzazione.

Wired ha dimostrato in due inchieste, a distanza di un anno, l’esistenza e il proliferare di gruppi Telegram in cui viene scambiato materiale sessualmente esplicito senza consenso e materiale pedopornografico.

Come difendersi? L’avvocato Marisa Marraffino, esperta in casi di revenge porn, spiega: “La nuova legge contro il revenge porn è chiara: non si possono condividere immagini o video a contenuto sessualmente esplicito senza il consenso delle persone ritratte. La pena arriva fino a 6 anni di reclusione”. E aggiunge: “Condividere i contenuti in gruppi Telegram integra il reato perché si tratta di una forma di divulgazione non autorizzata. Non importa quanti componenti abbia il gruppo. Quello che conta è che la vittima perde la disponibilità di una foto o di un video che doveva restare privato”. La legge 69/2019, in particolare, ha introdotto un reato specifico, la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, oggi è previsto dall’art. 612-ter del codice penale. In questo modo, ricorda il legale, si è voluto punire espressamente condotte che prima rischiavano di rimanere impunite o di vedersi applicata una pena non adeguata. Inoltre, ha equiparato la condotta di chi divulga le immagini o i video per la prima volta a quella di chi (avendoli ricevuti) li inoltra ad altri. Infine, sono state previste delle aggravanti per coniugi ed ex (quindi nulla importa se la vittima ha inizialmente condiviso le immagini con il partner, consensualmente), ma anche per chi usa i social network, Telegram o WhatsApp per diffondere questi contenuti. Se era difficile gestire il fenomeno sui social media, lo è ancora di più se il passaggio avviene su gruppi chiusi di Telegram. Difendersi è possibile, ricorda Marraffino, ma bisogna agire velocemente: “Il consiglio è quello di denunciare prima possibile i fatti. Il tempismo è fondamentale per fronteggiare tutti i reati informatici. Meglio bloccare una fotografia o un video che circola in chat che “rincorrerlo” quando diventa virale”. Sporgere querela prima possibile agevola le indagini: la vittima ha 6 mesi di tempo per farlo. Sarà poi la polizia postale, incaricata dal pubblico ministero titolare delle indagini, ad aiutarla nella raccolta della prova. “Per far avviare il procedimento penale basta allegare alla querela anche un solo screenshot o, semplicemente, raccontare il timore che il video stia circolando. Poi, in un eventuale processo conterà certamente la modalità di acquisizione della prova informatica, gli eventuali testimoni e ogni altro elemento utile alla ricostruzione dei fatti”, precisa l’avvocato. Chi di tecnologia ferisce… Ma questo può comunque diventare un passaggio complicato, perché raccogliere prove, in questa situazione, è materialmente difficile, oltre che emotivamente doloroso, per la vittima. La tecnologia viene però in aiuto con strumenti, idee e applicazioni sempre più importanti, come Chi odia paga, piattaforma legaltech che fornisce uno strumento di supporto e orientamento per gli utenti che potrebbero essere vittime di odio on line. “Chi odia paga nasce dall’idea di Francesco Inguscio e il suo venture accelerator Nuvolab che grazie all’advisorship del team di LT42 ha permesso di realizzare alcuni strumenti utili per le vittime di questi reati” spiega l’avvocato Giuseppe Vaciago, esperto in diritto penale delle nuove tecnologie e advisor della piattaforma. L’avvocato spiega che “in caso di revenge porn, la piattaforma consente di fare tre cose molto importanti: in primo luogo, mette a disposizione della vittima un questionario gratuito grazie al quale è possibile avere un primo orientamento legale e alcuni consigli operativi. In secondo luogo, permette alla vittima di acquisire in autonomia la prova digitale delle immagini o dei video presenti online in modo da poter presentare tali prove in giudizio. In terzo luogo, consente, ove possibile, la rimozione dei contenuti illeciti condivisi. L’idea di fondo nasce dal presupposto che un problema tecnologico non può essere risolto se non con una soluzione tecnologica”. Dal punto di vista giuridico e tecnologico, molto è stato fatto per accelerare la rimozione dei contenuti: diversi processi hanno affermato principi giuridici importanti, e i social network stanno collaborando più che in passato. Ma non basta, spiega Vaciago: “Dobbiamo, a priori, impedire la condivisione di queste immagini attraverso un dialogo costruttivo con le principali piattaforme social, di instant messaging e i cloud provider. Matteo Flora con la sua associazione Permesso Negato ha creato un importante tavolo di lavoro con Facebook grazie al quale la vittima può impedire che i contenuti di revenge porn siano condivisi all’interno dei servizi gestiti dalla nota piattaforma (ad esempio Messenger e Whatsapp). Ora è necessario che allargare il dialogo anche con le altre piattaforme e soprattutto con Telegram”. Quali prove servono Nello stato attuale delle cose, però, chi scopre di essere una vittima, deve sapere, prima di tutto, quali sono le prove necessarie e come raccoglierle. “Gli screenshot non sono sufficienti in un processo perché qualsiasi avvocato difensore, durante il processo, potrebbe sostenere che tali immagini siano state manipolate”, premette Vaciago. “Per questo è necessario raccogliere la prova digitale in modo corretto. Il modo migliore per fare una denuncia, infatti, è quello di presentarsi dalle autorità con una chiavetta usb, o un cd, che contengano queste prove, e un breve documento che elenchi tutti gli url dove essi sono ancora visibili. Così si aiutano le autorità a svolgere le indagini nel modo più rapido e funzionale possibile”. Una persona che incappa in questi gruppi e vuole segnalarli, può farlo direttamente alla piattaforma, alle forze dell’ordine, o chiedere il sostegno ad associazioni in difesa delle vittime, onde evitare, magari con la buona predisposizione di fermare una violenza, di raccogliere prove che non riguardano direttamente il reato e che potrebbero creare problemi. Prevenire, ma non disperare La denuncia, la raccolta delle prove e prima ancora l’elaborazione di quanto sta avvenendo non sono semplici, ammette l’avvocato Marraffino: “Alle vittime dico sempre di non avere paura. A volte vengono da me e si sentono in colpa. Mi sono capitati casi in cui la vittima confondeva i ruoli, pensava di essere l’autore del reato perché si colpevolizzava per aver consentito al fidanzato di filmare un rapporto sessuale”. Il consiglio è quello di prevenire, ma anche di non disperare: “La tutela della riservatezza è fondamentale, quindi consiglio a tutti di non dare a nessuno contenuti così intimi, ma quando ormai il video è stato fatto non ci si deve abbattere”. Passi verso una soluzione della situazione, altrove, si sono fatti, spiega Marraffino. “In Germania accanto alla responsabilità dell’autore dei fatti è stata introdotta una responsabilità amministrativa delle piattaforme di condivisione, si tratta della legge 18/12356 del 16 maggio 2017”. Ma serve una visione più ampia per il legale: “A mio parere la vera soluzione al problema verrà da una convenzione internazionale. Internet non ha confini, quindi è assurdo che ogni Paese legiferi in maniera diversa”.

fonte WIRED

carlo

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